LA PITTURA NEL CINEMA DI P. P. PASOLINI
a 50 anni dalla sua morte
Nel cinema vi sono molti registi che vengono dalla pittura, alcuni addirittura hanno studi d'arte come Derek Jarman che oltre a Blue, diventata un'installazione del racconto della sua vita su uno schermo blu, è famoso il suo Caravaggio. Oppure Peter Greenaway diplomato ad un'Accademia di Belle Arti inglesi con i suoi I misteri de Il Giardino di Compton House dedicato all'architettura barocca, o Il Ventre dell'Architetto dedicato all'opera visionaria e neoclassica di Etienne-Louis Boullée, o, ancora sempre suo Giochi nell'acqua dove splendide nature morte alla Baschenis, e caravaggesche vengono analizzate minuziosamente fino al buco del verme di una mela. Infine David Lynch, pure lui pittore, con le atmosfere surrealiste de I Segreti di Twin Peaks . In Italia in wikipedia Federico Fellini viene descritto pure come fumettista e ne ha prova di sue storytelling il bravo pittore Serafino Cesare che in cambio dei suoi disegni mandava al regista prosciutti di San Daniele. Ma lo stesso Dario Fo era diplomato all'Accademia di Belle Arti di Bologna. La pittura in questi registi era, a mio avviso, una componente culturale non strutturale. Cioè aiutava l'atmosfera del film o era dedicata alla vita di un artista. Ma il film non era costruito sulla pittura. Mentre nel caso di Pier Paolo Pasolini il cinema si rifà ai modelli pittorici dell'epoca. Molto probabilmente questo perché i film erano film storici ambientati nel Medioevo. Penso a Il Decamerone (1971) dove nel seppellimento dell'assassino, falsamente convertito, la sua inumazione diviene racconto medievale alla Pieter Bruegel : vi si trovano gli uomini distesi sull'erba sotto una tavola tonda come ne La Mietitura, e con i gruppi di spettatori in nero, il cadavere avvolto in un sudario bianco e il carro con i teschi del Trionfo della Morte . Pure nella fine dello stesso film Pasolini in veste di pittore di affreschi sogna un Glorificazione della Vergine con la Madonna dentro la mandorla, a fianco le schiere di cherubini con l'aureola d'oro; file più sotto i committenti ed i vescovi della chiesa, Tutto in stile trecentesco come nella pittura senese di Duccio Buoninsegna, e per la composizione un occhio al Beato Angelico che gli fa dire in maniera concettuale "Perché fare un'opera quando è più bello sognarla?". Nel finale de I Racconti di Canterbury (1972) dei tridenti punzecchiano corpi nudi e un grande diavolo (Minosse ?) a carponi espelle "scorreggiando" frotte di preti e frati. Il racconto storico medievale dà l'occasione per riprendere nella figurazione la pittura d'epoca di Jeronimus Bosch e di inserirla a pieno titolo. Ciò richiede pure conoscenza della storia dell'arte. Pasolini in gioventù praticò la pittura e spesso disegnava le sue storie cinematografiche. Ma è innovativo e di certo precursore in Teorema (1968) film su una famiglia borghese in cui irrompe un personaggio "diverso", quasi un angelo annunciatore, che sconvolge detta famiglia e avrà con ognuno dei componenti un diverso comportamento. Ognuno scoprirà il proprio destino. Il figlio giovane scopre l'amore per la pittura guardando le opere di Francis Bacon. Per l'esattezza la sua Crocefissione del 1947. Il giovane staccandosi dalla famiglia prende uno studio dove pratica il suo desiderio di fare l'artista. Ma entra in crisi odiando la pittura che fa e vi piscia sopra, lasciando che l'urina si mescoli col colore creando scie astratte. Qui Pasolini attua due capisaldi dell'arte moderna. Primo: l'indifferenza e il distacco verso l'opera predicato da Man Ray. Secondo: l'innesto di uso dei liquidi corporali tanto cari a Piero Manzoni ( quello della Merda d'artista!), ma che alcuni anni dopo lo stesso Andy Warhol praticherà su delle tele titolate: Piss Painting, urine on canvas, 46 x 80, 1976. Probabilmente P.P. Pasolini da pittore sente la crisi che investe la pittura di quegli anni. Tant'è che nello stesso anno dell'Uscita di Teorema 1968 il critico Germano Celant lancia l'Arte Povera! Movimento che nasce in aperta polemica con l'arte tradizionale, della quale rifiuta tecniche e supporti per fare ricorso, appunto, a materiali "poveri" come terra, legno, ferro, stracci, plastica, scarti industriali, con l'intento di evocare le strutture originarie del linguaggio della società industriale contemporanea.
Boris Brollo